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Il successo del Salone del Gusto

foto Rita ImwinkelriedCarlo Petrini, fondatore di Slow Food, ha buoni motivi per essere molto contento: lunghe code all’ingresso del Salone del Gusto e folle di persone tra gli stand all’interno, quasi come al Salone del Mobile che si celebra ogni anno a Milano, ma che è decisamente un evento internazionale, con una struttura industriale-finanziaria molto forte alle spalle.
Una vera e propria calca si muoveva lentamente tra gli stand che esponevano i più vari prodotti gastronomici provenienti da antichi semi e prodotti secondo orazioni tradizionali. Niente a che vedere con gli alimenti industriali dai sapori omologati. Sorge spontanea la domanda: i cittadini hanno veramente un interesse così pronunciato per la qualità dell’alimentazione? I parcheggi delle catene alimentari di basso costo come Lidl fanno pensare il contrario, perché sono sempre pieni. Invece qui, al Salone del Gusto, una quantità impressionante di persone sono disposte a pagare 20 euro per l’ingresso. “Tra le 13.30 e le 15 i visitatori in genere cercano di accapparrarsi degli assaggi gratuiti, alcuni girano addiritura con la forchetta tra gli stand” mi confida un espositore. Così, per impedire che i prodotti realizzati con tanta fatica spariscano senza che ci guadagni qualcosa, durante questa fascia oraria lascia solo piccole porzioni in quatità misurate sul bancone.
Nicola Mercurio, titolare di una delle tante realtà italiane presenti e che prendiamo ad esempio, l’azienda agricola Borgo La Rocca (Benevento), racconta che le ore di massima calca non sono le migliori per gli espositori, perché non riescono a raccontare il prodotto e a creare nuovi contatti, motivi questi per i quali sono al Salone. Ma si dice soddisfatto lo stesso perché nei momenti di ridotto afflusso dei visitatori si possono trovare nuovi clienti, cioè piccoli distributori e negozi. Infatti, non è tanto la quantità della vendita realizzata che ripaga la partecipazione al Salone perché ”qui vendiamo in una giornata intera quanto al mercatino del biologico a Napoli in una mezza giornata”, racconta.  La sua azienda di famiglia è una bella storia di successo: nel 2005, dopo una specializzazione in comunicazione, ha iniziato a vendere in proprio gli ortaggi e le conserve sott’olio che produceva  sua madre con l’aiuto di alcuni famigliari. Nel 20010, cioè cinque anni più tardi, la produzione annuale di conserve sott’olio e salsa di pomodori, è arrivata a 20mila vasetti. In più le fave sott’olio sono state segnalate come miglior prodotto del mese sulla rivista austriaca Der Standard.

Eventi come questo Salone aiutano sicuramente a sensibilizzare i cittadini al gusto e a formare una mentalità critica che combatte la minaccia di perdere la sovranità alimentare. ”Un centinaio di persone in tutto il mondo decidono cosa mangiamo e come ci vestiamo” ha detto Petrini in una conferenza durante il Salone. “La nostra rete  unisce chi segue un altro modello di produzione e diventerà più potente di queste 100 persone, perché è capillare”.     

Una critica finale: secondo le informazioni passate alla stampa, il Salone doveva essere a basso impatto ambientale, raggiunto tra l’altro con illuminazioni a basso consumo energetico; in realtà ogni stand era illuminato con energivore lampade alogene.

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